I racconti e le leggende del territorio ALCOTRA
Dopo averci fatto scoprire la regione di confine franco-italiana attraverso l'architettura, le feste costiere e le storie di donne eccezionali, in questa settima puntata estiva della rubrica fotografica «Viaggia con il Consiglio dei giovani ALCOTRA: storie e scatti dai territori di confine», il Consiglio dei giovani ci accompagna alla scoperta della zona ALCOTRA attraverso le leggende e i racconti che l’hanno plasmata.
Il Dahu: l'adattamento mitologico alla pendenza alpina (Valle d'Aosta)
Tra le figure più curiose del folklore valdostano (e dell'intero arco alpino) spicca il Dahu, un animale leggendario la cui caratteristica principale risiede nell'asimmetria degli arti: le zampe di un lato del corpo sono sensibilmente più corte di quelle del lato opposto.
Questa singolare conformazione anatomica, secondo la tradizione popolare, gli permetterebbe di camminare agevolmente sui ripidi pendii delle montagne, ma solo in un'unica direzione (oraria o antioraria, a seconda della specie). Il Dahu rappresenta una metafora perfetta dell'immaginario montano, capace di ironizzare sulle estreme difficoltà di adattamento richieste dall'ambiente d'alta quota.
Situata nella Valpelline, la celebre Torre Tornalla di Oyace è al centro di una duplice tradizione narrativa che oscilla tra il dramma storico e il mito benefico:
La variante drammatica (Il Salto della Betenda): La memoria locale narra di un crudele signorotto che, accecato dall'ira per le attenzioni rivolte da due giovani corteggiatori alla bella castellana, decise di inseguirli per punirli. La fuga dei giovani si interruppe bruscamente di fronte all'orrido del torrente Buthier. Uno dei due fu catturato, cosparso di sale e dato in pasto alle bestie. L'altro, di nome Béteind, compì invece un balzo prodigioso oltre la gola, mettendosi in salvo. Questo episodio ha dato il nome al sito storico oggi noto come Salto del Buthier o Ponte della Betenda.
La variante benevola: Una seconda interpretazione, di matrice più fiabesca, identifica la figura legata alla torre non come un tiranno, bensì come un'entità positiva — uno gnomo o un capraio benefico. Questo personaggio si ergeva a protettore delle greggi, vigilava sulla sicurezza dei sentieri e offriva assistenza agli abitanti della valle nei momenti di difficoltà.
Cuneese: Il Monte Bisalta e il patto con il maligno (Provincia di Cuneo)
La caratteristica forma del Monte Bisalta, situato tra la Valle Colla e la Valle Pesio, trova la sua spiegazione popolare in una leggenda legata all'alterazione della percezione e all'intervento diabolico.
Si narra che un contadino locale di nome Toni, dopo aver ecceduto con il vino, si scagliò contro la montagna, colpevole a suo dire di essere troppo alta e di oscurare la luce della luna. Secondo il racconto, il diavolo colse l'occasione per intervenire, tagliando letteralmente la cima della montagna con una sega per accontentare l'uomo. L'azione lasciò come testimonianza permanente la caratteristica vetta a due punte che ancora oggi definisce il profilo della Bisalta.
Il Rocciamelone imponente vetta della Val di Susa storicamente raggiungibile dal comune di Mompantero, occupa da sempre un ruolo di primo piano nella transizione tra sacro e profano. Prima di diventare meta di pellegrinaggio cristiano, la montagna era considerata un luogo oscuro e inaccessibile.
La leggenda principale identifica la cima come la dimora del demonio, custode di un favoloso tesoro accumulato da un antico re lebbroso di nome Romuleio. Il folklore locale ammoniva i viandanti: chiunque tentasse di violare i confini della montagna o di impossessarsi delle ricchezze reali scatenava l'ira del maligno, che si manifestava sotto forma di violentissime bufere di neve e tempeste improvvise, volte a proteggere il sito.
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La Capra d’Oro, detta la Cabro d’Or (Alte Alpi – Alpi Marittime)
Da secoli si racconta che una capra dal manto d'oro percorra senza sosta le colline della Provenza. Sarebbe la misteriosa custode di un favoloso tesoro, nascosto da un capo saraceno prima della sua partenza oppure dagli abitanti di un villaggio scomparso, in fuga dall'invasione, a seconda delle diverse versioni della leggenda. Questa storia risale agli inizi del Medioevo, quando le incursioni dei Mori erano frequenti lungo la Costa Azzurra. Molti hanno scavato tra le rovine delle antiche fattorie e perlustrato le grotte dove la creatura sarebbe stata avvistata, senza mai trovare la minima traccia del tesoro. La Cabro d’Or ci ricorda che ciò che è davvero prezioso, molto spesso, non è di natura materiale.
C'era una volta, nella gariga arida e argillosa della Provenza, una fata chiamata Lavandula, che vegliava sui pastori e sui loro greggi. Era più piccola di un pollice, con i capelli biondi e gli occhi di un azzurro unico. Quando una terribile estate di siccità colpì la regione, indebolendo uomini e animali, Lavandula fu sopraffatta dalla tristezza. Volò sopra quelle terre inaridite e cominciò a piangere senza riuscire a fermarsi. Ogni lacrima, toccando il terreno arido, si trasformava in un mazzetto di fiori color malva. Allo stesso tempo, lasciò nel cielo splendide scie azzurre, donandogli per sempre il suo colore. Ancora oggi quell'azzurro ricorda la presenza della fata protettrice che, con le sue lacrime, ha profumato la terra di Provenza.
I Penitenti di Les Mées (Alpi dell'Alta Provenza)
Sulla strada per Digne, una singolare processione di rocce sembra essersi fermata in una marcia senza fine. La leggenda narra che, al ritorno dalle Crociate, alcuni monaci della montagna di Lure si innamorarono delle bellissime prigioniere saracene riportate dai signori della regione. Per aver ceduto a questo peccato di desiderio, san Donato li trasformò in pietra, con i cappucci abbassati sul volto. Da allora sono condannati a contemplare per l'eternità, immobili, le donne che avevano desiderato. Ancora oggi questa fila di rocce sembra avanzare lentamente verso un perdono che non arriverà mai.
Chiunque si avvicini alle celebri tre cime, che si ergono come sentinelle della valle della Maurienne, comprende subito che esse raccontano una storia che va ben oltre il loro semplice aspetto geologico. Poiché la storia della valle è antichissima, numerosi miti e leggende circondano questo straordinario gruppo montuoso. Alcuni raccontano che un gigante furioso conficcò qui le proprie armi; altri narrano di tre fratelli giganti puniti per aver sfidato il cielo tentando di raggiungere le stelle con le loro lance. Un'altra versione parla invece di tre giovani fanciulle trasformate in pietra per aver osato sfidare la montagna. Questo massiccio, così particolare e immediatamente riconoscibile, invita alla contemplazione della natura e ispira un profondo senso di umiltà di fronte alla grandiosità delle montagne.
La stella alpina (Alta Savoia)
Sulle cime delle Alpi, dove riposano le nevi eterne, nacque la stella alpina. Si racconta che fosse una stella del cielo che, innamoratasi della Terra, si avvicinò così tanto da precipitare sulle vette alpine. A contatto con il ghiaccio si trasformò in un fiore bianco e vellutato, capace di resistere e fiorire in quei luoghi remoti e inospitali. Nelle Alpi, la stella alpina è diventata il simbolo dell'amore e una prova di coraggio. Un tempo gli innamorati rischiavano la vita arrampicandosi lungo i ripidi pendii per raccoglierla e offrire un mazzetto alla persona amata.
Grazie a questo episodio, il Consiglio dei giovani ha potuto contribuire a perennizzare racconti e leggende spesso tramandati in forma orale, che con il tempo svaniscono e rischiano di cadere nell’oblio. L’impegno del Consiglio continuerà in questa direzione anche grazie alla collaborazione con il microprogetto TRESOR, recentemente insignito del label “ALCOTRA Giovani”, che mira a creare una biblioteca digitale franco‑italiana di racconti e leggende del territorio.